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La mia ING NEW YORK CITY MARATHON 2009

sabato 14 novembre 2009, di Marco Bruno


Una notte agitata. Come tutte le notti prima di un grande evento. Continui a rigirarti nel letto. Ogni tanto apri gli occhi per controllare quanto manca alla sveglia. Sempre a pensare se hai preparato tutto. Sempre a controllare se i dolori alle gambe, che ti hanno accompagnato per questi mesi, stanno migliorando. Brandelli di sonno prima del fatidico suono. E’ ora di alzarsi . E’ ora di andare a correre la maratona di New York.

Sono le 4,30 del mattino. Mi vesto quasi in trance controllando e ricontrollando le scarpe, i lacci, il chip se è attaccato bene, il pettorale, la borsa del cambio da mandare all’arrivo, le malto destrine. Un caffè bollente, fette di pane tostato e marmellata, poco latte e ancora caffè. Sono pronto.

Mi sento come un guerriero prima della grande battaglia. Saluto mia moglie che mi segue come un’ombra negli ultimi preparativi e poi mi raccomanda di evitare l’infarto!! Esco per strada: ancora buio pesto. Una pioggia fina fina che quasi non ti bagna . New York è già popolatissima a quest’ora. Io vado verso la subway. Quest’anno niente taxi o pullman di lusso per raggiungere la partenza. Uso i mezzi pubblici come tutti gli americani. Qualche fermata di metro e finalmente torno in superficie, all’attracco dei ferry boats per “Staten Island”. Ora non sono più solo. Ad ogni fermata di metro continuavano a salire maratoneti di tutti i paesi, di tutte le età, ognuno con il proprio sacchetto UPS a tracolla con il cambio del dopo gara. Visi assonnati, sguardi fissi, concentrati, eccitati, nervosi, quasi scavati.. Nessuno riesce a star fermo. Mi immergo e mi faccio trascinare in un fiume di persone che procede verso il traghetto. Lentamente, ordinatamente, il flusso viene convogliato sul ferry appena arrivato. Parte alle 6,30. Seduto, guardo l’orizzonte che da plumbeo diventa leggermente rosato. E’ l’alba. Ancora piove, ma quel chiarore lontano fa ben sperare. I grattacieli di Manhattan ancora illuminati che si allontanano, la statua della libertà, i gabbiani che planano sulla scia del traghetto e Staten Island che lentamente si avvicina. E’ ora di scendere. Ho un nodo allo stomaco. Non capisco se è la tensione, la fame o se protesta per il caffelatte. Il fiume di runners si raccoglie ordinato e viene convogliato e smistato sulle navette che ci aspettano in fila fuori del porto e poi ci trasportano a “Fort Wadsworth”.

Appena scesi dalla navetta, l’attesa per entrare nel forte è lunga, ma dopo quasi un’ora in fila indiana, controllo borse e controllo pettorali riusciamo ad entrare seguendo le indicazioni per le varie aree: la blu, la verde o quella arancione a seconda del proprio pettorale. La mia è quella blu. Trovo Dario, Lino, Sergio, Cristina. Sono tutti nervosi, eccitati, gasati. Un rapido scambio di impressioni, di sensazioni, di paure, di speranze per questa giornata. Il forte, affollatissimo, sembra un grande accampamento prima della battaglia, c’è chi ha già iniziato il riscaldamento, chi fa stretching, chi si spalma pomate ed unguenti dagli odori penetranti, chi mangia, chi beve, chi dorme, chi chiacchiera o canta. Si recita anche la messa. La maggior parte dei runners fa la fila davanti ai bagni chimici: noi approfittiamo a più riprese di madre natura. Poi ciascuno lascia il proprio sacco con il cambio ai furgoni UPS perché possano trasportarcelo al traguardo a Central Park. Lo guardo un po’ angosciato chiedendomi se riuscirò a terminare la gara, arrivare all’arrivo e ritirarlo. Tra una battuta ed uno sfottò con Dario, con Lino, l’ora di entrare nella gabbia arriva all’improvviso. Ci salutiamo. Loro stanno ai primi cancelli, vicini ai “top runners con le scarpe da 150 gr.”. Io sto al “corral G”. Mi attardo un attimo per togliermi il sotto della tuta, per spalmarmi un pò di olio all’arnica sulle gambe e mi accosto alla gabbia. È già chiusa. E’ troppo tardi. Ho perso la mia onda delle 9,40 e devo partire con quella successiva delle 10,00. Mi sento morire. Supplico l’irremovibile volontaria di colore che, totalmente indifferente alle mie richieste, si allontana dall’entrata lasciando chiuso il cancello. Poi arriva un gruppetto di energumeni spagnoli – fisici più da lottatori che da maratoneti - nella mia stessa situazione. Fanno la voce grossa, molto grossa, così grossa che la volontaria è costretta ad aprire il cancelletto ed a farli entrare. Mi intrufolo dietro di loro e sono dentro anch’io! Raggiungiamo velocemente quelli della nostra onda che sono già sulla linea di partenza.

Il momento è solenne, emozionante, eccitante, travolgente. Uno speaker arringa la folla dei runners che scalpita, saltella, si agita nervosa prima dello sparo. Poi l’inno americano. La tensione è sempre più alta. Poi, finalmente, atteso, liberatorio, il colpo di cannone. La grande avventura comincia. Gli altoparlanti sparano ad un volume incredibile la voce di Frank Sinatra che canta “New York, New York”. Brividi di emozione sulla pelle. I primi, i più forti aggrediscono il ponte ma noi neanche li vediamo. Poi, dapprima lentamente, poi sempre più rapidamente la marea dei maratoneti comincia a muoversi e, dopo un paio di minuti dallo sparo, anche io passo sotto la linea della partenza, faccio partire il Garmin e posso già correre agevolmente.

GO! MARCO! GO!. Il Verrazano Narrows Bridge, con le sue enormi campate, si tinge velocemente dei colori delle maglie, dei pantaloncini di tutti noi che inesorabilmente lo invadiamo. E’ uno spettacolo unico al mondo. E’ facile eccitarsi e frasi trascinare ad una velocità che non è la propria. Molti urlano e si sbracciano davanti alle telecamere. Il primo tratto è in forte salita. La pendenza maggiore di tutta la maratona. Io cerco di controllare il passo, temo l’arrivo dei dolori che mi hanno tormentato fino all’ultimo allenamento. Primo km a 5’43”, secondo 5’08” mentre finisce la salita ed iniziamo a discendere verso Brooklyn; terzo km a 4’28”. Due ali di folla ci accolgono entusiaste all’uscita dal ponte. Le prima band ci saluta con un forsennato ritmo rock che ti fa andare le gambe per conto loro. GO MARCO GO!! La strada è dritta, le gambe girano bene, non si fatica a tenere il passo. L’entusiasmo di tutti è alle stelle.

Acquisto sempre più sicurezza. Al 5° km il Garmin segna 25’19”, al 10° km 50’07”. Il ritardo del ponte è recuperato. Dolori leggeri alle gambe ed alla pianta del piede sinistro. Li sento, ma non voglio sentirli, cerco di bloccarli, di non farli arrivare al cervello. La folla forma due muri fittissimi ai lati della strada. La gente urla in continuazione, mostra cartelli e striscioni di incoraggiamento, bandiere della nazionalità del proprio parente o amico che sta cercando di compiere l’impresa. La mia maglia con la scritta “ITALIA” ed il nome Marco disegnato da mia figlia su un adesivo attaccato davanti, richiamano gli incoraggiamenti di tanti. Altre band si alternano sul percorso suonando i più diversi generi musicali. Mi emoziona particolarmente un coro Gospel sul sagrato di una chiesa, una grande orchestra di musica classica composta tutta da ragazzi giovanissimi. Un gruppo di vocalists di colore con strepitose voci che sovrastano le urla della folla. Si attraversa il quartiere polacco, poi arrivo al 15° km con il tempo di 1,14’51”. Sto correndo tranquillamente sotto i 5’ a km. Nonostante i continui saliscendi i dolori alle gambe sembrano svaniti. Resta il piede, ma è sopportabile. Qui supero due ragazzi in carrozzina che, avanzando di schiena e spingendo con i piedi, cercano di coprire la distanza. Mi viene da piangere. Non posso non chiedermi perché, rispetto a loro, sono così fortunato. Arriveranno al traguardo anche loro. Al 20° km il mio tempo è 1,39’38”. All’inizio della gara pregavo solo di arrivare. Adesso comincio a fare i conti su come potrei chiuderla. Certo non sto andando a 4’50” come avevo programmato, ma sto comunque mantenendo il ritmo sotto i 5’. Se continuo così scendo sotto le 3,30’.

Passo la mezza maratona in 1,45’11” (corrisponde al miglio 13,1). Attraversiamo il Pulaski Bridge ed entriamo nel Queens, il terzo dei cinque quartieri che percorreremo durante la gara. C’è meno gente ai lati della strada. Il cielo è sempre grigio. Ogni tanto arriva qualche folata di vento più forte e freddo, ma non piove e continuerà così fino alla fine. Intanto anche il Queens finisce e ci troviamo di fronte il terzo ponte, il Queensboro Bridge. E’ lungo: più di un chilometro di salita, ed altrettanto di discesa. Non finisce mai, ma è qui che si fa la gara. Io lo so! Lo aggredisco – se così si può dire alla mia velocità - con passo corto e veloce, non voglio perdere il ritmo. Tanta gente si ferma o cammina su questo tratto di gara. Qui morì un cinquantenne di infarto l’anno scorso. Cerco di non pensarci e vado avanti. Adesso non parla nessuno. Si sente solo il rumore di migliaia di passi, alcuni leggeri, altri pesanti. Cerco di incoraggiare a correre quelli che si fermano, specie se sono italiani. A metà ponte c’è il km.25 che passo segnando 2,05’05. ho perso qualche secondo e adesso sono esattamente nella media di 5’ al km. Se voglio scendere sotto le 3,30’ non posso perdere più niente. Adesso c’è una bella discesa e il ponte finisce con una grande curva bordata di balle di fieno, nel caso qualcuno, sullo slancio, dovesse andare dritto. Non è il mio caso! All’uscita del ponte il boato della folla!. Siamo tornati a Manhattan. Di nuovo due ali fitte di teste che ci incitano a correre. E’ un frastuono assordante, inaspettato. Iniziamo a percorrere il lungo rettilineo della First Avenue. E’ un leggero e continuo falsopiano. La stanchezza si fa sentire adesso. Le gambe cominciano ad appesantirsi. E’ il momento di concentrarsi per non perdere il passo. Io non posso perdere neanche un secondo. Al 18° miglio c’è la mia famiglia che mi aspetta. Mi faccio vedere più pimpante di quello che in realtà sono. Riesco a vedere solo mia moglie. Silvia e Vittoria restano inghiottite dalla folla. Giovanni si è arrampicato su un palo della luce per fotografarmi meglio. Il risultato sarà una foto di schiena, testimonianza tangibile della mia partecipazione e delle abilità fotografiche dei miei familiari. Intanto arriva il 30° km. che passo a 2,29’52”. Ho recuperato qualcosa. Sono sempre in tempo per il mio obiettivo di oggi. GO, MARCO GO!! Non mollare adesso! Concentrati sul passo, sul ritmo, sul movimento. Questo dolore al piede non mi riguarda, non lo sento, non influisce sulla scioltezza della corsa.

Adesso c’è da affrontare il quarto ponte, il Willis Avenue Bridge, quello che porta nel Bronx. Il fondo a grate metalliche è massacrante, talmente fastidioso che hanno steso della moquette su alcuni tratti della sua superficie. Una mano santa per il mio piede!. Riesco comunque a mantenere il ritmo, lo passo rapidamente e proseguo nel breve attraversamento del malfamato quartiere - dal 20° al 21° miglio della gara - che ci omaggia comunque con altre bands scatenate. Supero un runner con la scritta “ sto correndo per chiuderla in 3,30’”. Allora posso ancora farcela!! Ma sarà l’ultima volta che lo penserò! Adesso è ora di rientrare a Manhattan. Passiamo il quinto ponte, il Madison Avenue Bridge e cominciamo a percorrere la Fifth Avenue che ci porterà a Central Park. Passo il 35° km. segnando 2,55’46”, cioè 46 “ oltre l’obiettivo. Mi avvilisco. Il piede sinistro mi fa sempre più male. Il movimento non più fluido mi sta irrigidendo il polpaccio che adesso minaccia un crampo. Tanti runners si fermano, camminano, alcuni si sdraiano e chiedono aiuto in preda ai crampi. Ancora uno sforzo, mancano 6 km al traguardo, non posso mollare. Cerco di ridare fluidità al movimento, ma sento le gambe sempre più di legno. Non è il classico “muro” del 30° km, che ti fa sentire senza energia. I lunghi che ho fatto stanno dando i loro frutti e la forza c’è ancora; sono le gambe che rifiutano di mantenere il passo. E la paura del crampo. In lontananza vedo del verde. Sarà Central Park? Ancora no! Questo è il “Marcus Garvey Memorial Park”. Affinché non diventi il “Marcus Bruno Memorial Park”, raddrizzo la schiena, mi concentro sul movimento, sul passo, cerco di cancellare il dolore del piede escludendolo dai miei pensieri. Imploro le mie gambe di non lasciarmi in asso proprio adesso. E’ incredibile quello che la mente fa fare al corpo, quando vuole. Faccio un km a 5’08”, uno a 5’13” poi , inaspettatamente mi ritrovo un’altra salita, anzi, due miglia di salita!. Non me la ricordavo questa!! Di nuovo mi scoraggio. Ormai non ce la faccio più. Faccio un tempo peggiore dell’anno scorso. Non è possibile! Cerco il movimento delle gambe e dei piedi. E’ una salita non ripida ma continua ed interminabile. Faccio un Km. a 5,22, un altro a 5’38”. Barcollo ma non mollo. Cioè mollo, ma non del tutto.

Finalmente entro a Central Park. I miei mi vedono, mi chiamano, ma me lo diranno dopo perché io non li vedo né li sento. Central Park ci accoglie con una leggera discesa. Cerco di far girare le gambe, ma non ne vogliono sapere. Il 40° km a 5’16, poi ancora salita. Il 41° km. a 5’30”. E’ il colpo di grazia al tempo finale, ma posso ancora chiuderla con un tempo migliore di quello dell’anno scorso!!!, Nell’ultimo, interminabile, tratto do tutto. Mi vengono in mente le parole di Marcello: “oggi non si fanno prigionieri!” Rivado, con il pensiero, a tutti i sacrifici degli ultimi mesi in funzione di questa gara, le corse in solitudine, le sveglie presto la mattina. I lunghi con il caldo. I consigli e i programmi di allenamento del coach, le sedute di fisioterapia, le ripetute, i medi a Villa Glori, il ghiaccio tutte le sere, il tempo rubato alla mia famiglia per questa amante che si chiama “corsa”, a volte crudele, a volte generosa, alla quale non possiamo comunque rinunciare e che ci fa sentire così liberi e vivi Reagisco ancora una volta. Ormai devo arrivare.

Vedo lo striscione dell’ultimo miglio. Ma non è quello del condannato a morte. E’ il mio ultimo miglio, diviso tra fatica, sudore, dolore e la gioia infinita di un traguardo tanto atteso. E’ un miglio che corri sospeso in una dimensione quasi irreale, difficile da ricordare e da descrivere. E’ la vittoria di questa piccola grande guerra combattuta dentro e fuori. E’ il traguardo. 3,34’50” segna il mio Garmin. Tre minuti meno dell’anno scorso. Va bene così! Sono un “FINISHER”! Mi mettono la medaglia al collo, mi fanno la foto di rito, mi mettono la copertina di alluminio sulle spalle, mi danno da bere, mi fanno camminare per quasi due miglia fino a recuperare la borsa con il cambio asciutto. Esce anche un raggio di sole. Sono circondato da facce scavate, distrutte ma raggianti. Occhi lucidi dall’emozione, dalla gioia. Mi viene incontro Dario. Come è andata?? Siamo Finishers! Abbiamo vinto!

Marco Bruno


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