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Il Monte delle Tre Croci

mercoledì 20 gennaio 2010, di Mario


Si parla di corsa, la più nobile delle arti marziali. Che la corsa sia un’ arte marziale, mi tocca spiegarlo per quelli che non corrono, perché gli altri lo sanno già. A livello storico, è evidente che la corsa costituisca un elemento fondante dell’attività bellica, specialmente per i fanti; ci sono corpi, come i bersaglieri, che fondano la loro tradizione sul passo di corsa. Ma è specialmente nella disciplina, nell’inevitabile ricerca del dominio della mente sul corpo che si ribella alla fatica, che la corsa è arte marziale.

E’ la più nobile delle arti marziali perché il suo esercizio di per sé non ferisce e non uccide, se non, talvolta, chi la pratica. Filippide soldato corse a perdifiato, non per offendere, ma per portare notizia di salvezza alla sua città, Atene.

Tutto ha inizio, per me, in una gelida e nebbiosa mattina di fine dicembre, anni ’80. Dentro il pulmino volkswagen del parroco di Rubiera siamo in otto. Guida il “re del rock”, Emilio, che peraltro è mio zio. Di fianco ho il figlio del fornaio, Donelli senior, il “vecchio Art”, ‘Pampurio” altrimenti detto Ughino, Pietro ‘il grande’, Marco e Stefano detto “Ciambel”.

Lo stereo è a palla, ed i Lynard Skynard continuano a parlare di cieli blu, mentre qui non si vede a più di cinquanta metri. Il cazzeggio è limitato solo dall’ora, che impedisce di esprimersi al meglio. Il riscaldamento manda zaffate venefiche, che si confondono con gli odori sinceri della terra emiliana; dalla nebbia riesco a scorgere, a tratti, i profili delle ‘montagne’, le basse alture vicino a Scandiano. Scorrono i cartelli stradali con le indicazioni dei paesi, ed uno indica “Ventoso”; alla chiesa, finalmente ci fermiamo e scendiamo. L’aria fredda, ma pura, riempie i polmoni e richiama l’attenzione alla sfida. Si accosta anche la Ford ammaccata dell’altro mio zio, Marco. Contiene un carico di gioventù intrepida, che però ha ascoltato nel tragitto musica jazz; conto su questo aspetto a me favorevole nella sfida.

Iniziamo a correre, sui sentieri bianchi, di una terra grassa ed umida. Anche nel riscaldamento, soffro. Solo Ughino è più scarso di me nella resistenza; pur essendo il più piccolo, Ciambel corre con una naturalezza che fa male, da “primopiles”, ed offende noi miseri opliti. Dopo una trentina di minuti, siamo di nuovo al punto di partenza; un po’ di streching, detto al tempo ginnastica.

Il Monte delle Tre Croci si erge su di noi come una cima Himalaiana; l’adrenalina e l’emozione zittiscono la paura. Generazioni di ciclisti della Bassa si sono esercitati su questi rilievi, sognando le Tre Cime di Lavaredo, il Pordoi, il Sella. Oggi però ci siamo noi, cavalieri senza cavallo, oppure cavalli senza cavaliere.

Il Pulmino Volkswagen continua a pulsare di note, anche se fermo. La musica inizia a cambiare: dagli Stati Uniti si torna in Europa. Dopo pochi allunghi, ci si toglie la tuta gialla e verde della Excelsior Corradini Rubiera, 100% Acrilico alto un dito, e si resta in pantaloncini di raso, magliette lunghe, guanti e berretto. Ho le scarpe più esotiche del gruppo: un paio di “Puma Impala”, rosse con strisce nere in pelle. La sfida consiste nel percorrere la salita fino alla sommità in meno della durata di ‘Baba O’Riley’ degli Who; la partenza è tracciata da una linea sulla terra, in corrispondenza di un cartello stradale, ed il via è dato dal ‘click’ del mangianastri.

‘Pampurio, mettiti dietro’, ‘Dio bono, mi è rimasto l’erbazzone sullo stomaco’, “sgaget, ‘mbambì, (sbrigati, rimbambito); il significato di molte frasi in dialetto mi sfugge, però colgo il senso generale. Per fortuna o purtroppo, io ho mangiato lo joghurt della zia Mariuccia a colazione e non posso lamentare alcun tipo di dolore.

Ci disponiamo, ed il cuore inizia a battere più forte; ecco il via. Il pulmino ci segue, e gli incitamenti di Emilio e Marco si mischiano alla canzone; nella quale, peraltro, Roger Daltrey dice che non ha bisogno di combattere, per provare il suo coraggio; invece oggi noi siamo tutti qui, per combattere una battaglia senza armi né feriti. Pietro, Marco e Stefano sono fratelli, così come il vecchio Art e Ughino –Pampurio. Sono dinastie della corsa della Bassa, così come i Benati. Alcune sono nobili, altre plebee, però sono accomunate e quindi livellate nel comune sforzo. Pietro è molto più vecchio di Stefano, che è il puledro più giovane; Marco ha la mia età, ed è quello che secondo me corre meglio. Ma Ciambel è il predestinato, quello per il quale la natura ed il destino hanno fatto il massimo sforzo; questa volta è Pietro che arriva davanti a tutti, ben oltre il temine di ‘Baba O’Riley’. Io mi difendo onorevolmente. Facciamo la salita altre due volte, già dalla seconda ho visioni mistiche, ma eccezionalmente tengo duro; naturalmente, a debita distanza dai Baldini.

Tornando chiedo al re del Rock: ‘Qualcuno ha mai fatto la salita sotto la durata di Baba O’Riley?’, ma non ottengo risposta. La soddisfazione di un bell’allenamento completato e le endorfine prodotte, insieme allo stordimento da pulmino, ci cullano tutti nell’allegro ritorno verso Rubiera. Adesso è ‘Hymn 43’ dei Jethro Tull che ci accompagna, e veramente, come canta Anderson, mi sembra che il Signore stia sorridendo ai suoi figlioli.

Durante il pranzo con tutti i parenti, Emilio mi spiega davanti ad un piatto di cappelletti: “nemmeno Sebastian Coe sarebbe in grado di fare il Monte delle Tre Croci dentro Baba O’Riley; però la canzone è bella.”. Nonostante questo, il pulmino avrebbe continuato negli anni a ripetere la stessa canzone lungo il sentiero del Monte. Qualcuno ci potrebbe tirare fuori una morale, spiegata con delle parole; noi che siamo stati là, non ne abbiamo bisogno.

Nelle giornate di festa seguenti, andammo più volte a fare allenamento in giro per la provincia; negli allenamenti lunghi, dove talvolta venivo abbandonato lungo il percorso, avevo l’evidenza di una mia scarsa propensione alle lunghe distanze, ma da allora rimasi folgorato dal fascino del fondo e delle corse nei boschi. Sulla strada per il Monte delle Tre Croci.


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