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Ci vuole un fisico bestiale!

Maratona di Roma del 23 marzo 2010

domenica 4 aprile 2010, di Marco Bruno


Avevo deciso di non scrivere il resoconto della mia maratona di Roma nel timore di diventare ripetitivo continuando a raccontare stati d’animo, pensieri e travagli che ogni volta fanno da condimento a questa gara così speciale; ed anche perché ero convinto che non ci fossero altri “atleti”della nostra Società che avessero deciso di cimentarsi per l’occasione motivo per cui, l’eventuale racconto della gara, sarebbe stato di parziale interesse per il nostro sito.

Poi, vuoi perché mi sono accorto che eravamo in sei, con la foglia di gelso sulla maglia, ad aver deciso di sfidare la mitica distanza, vuoi perché una buona parte della gara l’ho fatta con due persone che mi hanno aperto una dimensione di amicizia sportiva che non credevo esistesse, ho deciso di riportare una breve cronaca dell’evento.

La mia decisione di correre questa edizione della gara era nata nel momento in cui avevo saputo che questa sarebbe coincisa con l’anniversario dei 50 anni dalla vittoria nella maratona del mitico Bikila a Roma. Mio padre, quando ero piccolo, mi raccontava delle sue gesta a piedi scalzi e, così facendo, aveva certamente alimentato, nel fascino del personaggio, quella che sarebbe poi diventata la mia passione per la corsa. In ricordo di questo, ma non solo, alle 9,00 del 21 marzo mi presento lì, sotto il nastro della partenza in via dei Fori Imperiali, nell’immaginaria convinzione di aggredire questi 42 chilometri di strade conosciute a passo sciolto e disinvolto, a ritmo costante, così da portare facilmente a casa il tempo finale di 3 ore e 30 minuti che sto inseguendo da un po’.

E’ qui che incontro i primi due runners dell’Atletica Roma Acquacetosa, Andrea e Alem, che sorridenti ed entusiasti hanno deciso anche loro di dare il meglio di sé sulla distanza. L’inizio della gara, subito dopo il segnale della partenza, è lentissimo. Se non hai la fortuna, o il merito, di avere un pettorale buono sei costretto a correre i primi chilometri al ritmo della folla e non al tuo. Lo spettacolo è comunque grandioso. Parti con la musica di “Momenti di Gloria” e di “Rocky” e ti ritrovi in un fiume variopinto di runners che scorre lento ed omogeneo prima tra i ruderi dell’antica Roma e poi, lungo la Via Ostiense, fino a San Paolo. Riesci a prendere il tuo ritmo, e a ridurre lo slalom tra i concorrenti, solo dopo il 5° chilometro quando, per recuperare il tempo perduto, sei costretto a forzare il passo oltre quello che avevi programmato.

Poi questo ritmo lo senti tuo, le gambe reagiscono bene, stai andando a 4’45 al chilometro e senti di poter accelerare ancora. Ed è qui che commetti il fatale errore di presunzione. Neanche fosse stata la prima volta che correvo la maratona!! Arrivo alla mezza, sul lungotevere della Vittoria, in 1 ora e 46 minuti e mi sembra di aver iniziato a correre in quel momento. Poi al 22° km. c’è Angelo ad aspettarmi. “Corriamo insieme”, mi dice, “ti porto fino all’arrivo”. Non mi aspettavo di trovarlo! In verità, nei mesi precedenti la gara, in tanti si erano entusiasticamente offerti di accompagnarmi lungo il percorso tanto che avevo pensato di correre contornato da una folla tipo il “Forrest Gump” del film. Poi, per un motivo e per un altro, mi ero ritrovato solo. Angelo ha mantenuto la promessa ed eccolo lì a corrermi accanto, ad incitarmi cercando di farmi mantenere il passo con cui sono arrivato fin lì.

Perseverando nel fatale errore di presunzione della prima parte della gara, arriviamo al 25° Km. in 2 ore e 02 minuti. Qui la seconda sorpresa. C’è anche Bianca ad aspettarmi!. Nel terzetto mi faccio coraggio ed allontano quell’iniziale sensazione di stanchezza che comincia ad affiorare. Mi fanno da battistrada. Bianca mi prende da bere ai ristori e mi porge l’acqua senza farmi rallentare. Angelo mi indica sempre la traiettoria più breve e più sgombra, mi incita a riprendere il ritmo nei momenti in cui, senza accorgermene, inizio a calare. Superiamo lo stadio amico dell’Acquacetosa dove un gruppetto di compagni della Società ci incoraggiano un po’ e poi, sempre sul lungotevere, iniziamo a fare il conto alla rovescia dei chilometri: arriviamo al 30°Km. in 2ore e 28 minuti.

Sto rallentando e non me ne accorgo. Bianca ed Angelo si, e cominciano ad incitarmi a turno. “Dai Marco!”. “Forza Marco!”. “Non mollare!”.”Tieni il passo!”. “Guarda le mie spalle”.”Tieni la testa alta”.”Concentrati!”. “Stai andando bene!”.”Siamo quasi arrivati!”. Credo che me lo ripetano almeno un migliaio di volte ciascuno mentre inesorabilmente, chilometro dopo chilometro, mi lascio inconsciamente andare a quella deriva di stanchezza e di torpore alle gambe, prima ed alla testa, poi, che riconosci solo quando l’ incontri di nuovo. Ancora lui, il muro. L’odiato, amato muro, che rende questa distanza così affascinante e terribile. Ci vuole un fisico bestiale! Continuo a pensare! Mentre le voci di Bianca ed Angelo non smettono mai di incoraggiarmi e di spingermi a reagire. Passiamo al 35° Km., a Largo Argentina, in 2 ore e 55 minuti. “Se solo riuscissi a mantenere questo passo, avrei ancora la possibilità di scendere sotto le 3 ore e 30 minuti”. Ma le mie gambe non sono assolutamente d’accordo con questo pensiero che, passo dopo passo, vacilla sempre di più.

Via del Corso sembra eterna, Via del Babuino di più. Ma la cosa più crudele è la salita alla “Fontana di Trevi”. Che esistano certe salite, te ne rendi conto solo se le fai di corsa. E’ una strada stretta, lastricata di “sanpietrini”, selezionati nei secoli per la loro particolare durezza in vista dei maratoneti che avrebbero deciso di arrivare alla fine di qusta gara questa mattina! “Ma questo accidenti di Filippide, non poteva portare il messaggio agli ateniesi partendo qualche chilometro dopo”. “Ma pensa che pacchia se la maratona fosse stata di 32 chilometri!!”. Intanto siamo arrivati a piazza Venezia.

Arrivati, no! C’è ancora da fare tutto il giro del Campidoglio. Salita? Si! Altrimenti che gusto c’è? Ancora acqua dalle mani pietose di Bianca, ancora incoraggiamenti a non mollare. La maggior parte degli altri corridori, a quel punto, mi sembra che stia camminando. Nonostante io stia correndo oltre i 5’30" /km, superiamo sempre qualcuno. Ormai c’è il Colosseo davanti. “Siamo arrivati!” mi urla Bianca, “l’ultimo sforzo!”. Per un belga è stato veramente l’ultimo sforzo! “In progressione!” mi urla Bianca. La sento appena. Cos’è la progressione. Cancellata dal vocabolario!

Poi c’è l’arrivo. Non lo vedo. Taglio il traguardo che ho appena la forza di fermare il cronometro a 3,36’05”. Obiettivo fallito. Bianca mi urla “bravo!” e mi mette la medaglia al collo. Io l’abbraccio e la ringrazio commosso. Angelo ce lo siamo perso nell’ultimo tratto. Senza di loro non ce l’avrei mai fatta!.

Ho voluto scrivere questa pagina per non dimenticare. Perché in questa occasione mi sono reso conto che anche ciò fa parte di questo meraviglioso sport. Questa solidarietà sportiva, questa condivisione della fatica che non è facile trovare in altre discipline ma che ho scoperto essere un’ altra eccezionale faccia di questo splendido mondo fatto non solo di cronometro, scarpe leggere o protettive, e malto destrine. Alem, alla sua prima maratona, arriva in 3 ore e 53 minuti. Eroica! Poi incontro anche Marco, distrutto dalla fatica e dal dolore alla gamba che ha compromesso il risultato finale della sua prova, chiusa con il tempo di 4 ore e 33 minuti. Andrea arriva poco dopo in 4 ore e 39 minuti. Scoprirò poco dopo che anche Michele e l’altro Andrea hanno corso quella mattina ottenendo prestazioni di altro livello. I tempi di tutti e la posizione in classifica sono riepilogati a seguire:

|Pos. |Pos.Cat |Cognome Nome |Real Time| | 42 |26 |IAPAOLO MICHELE SM |02:35:41 | |192 |37 |MASTRODICASA ANDREA MM35 | 02:55:26 | |2302 |222 |BRUNO MARCO MM50 |03:36:05 | |4064 |69 |G-MEDHIN ALEM MF40 |03:53:57 | |7888 | 1460 |ZACCAGNINI MARCO MM45 |04:33:38 | |8235 | 1515 |DONATI ANDREA MM45 |04:38:10 |

Con la solita faccia da beota del dopo gara e con la medaglia al collo mi veniva da pensare che in tutte le gare c’è chi vince e gli altri vengono dietro. Il bello della maratona è che chi arriva al traguardo, comunque arrivi, ha vinto! E guardando i volti ed i gesti di coloro che tagliavano il traguardo dopo di me, avevo solo conferme di questo. I maratoneti continuavano ad arrivare, a gruppi, o da soli, trascinando il passo, distrutti dalla fatica, con il viso attraversato da un’ inconfondibile espressione di sofferenza che poi, improvvisamente, quasi per magia, una volta transitati sotto la striscia dell’arrivo, svaniva e si trasformava in un’espressione radiosa, quasi come se fossero stati folgorati da una visione mistica. Una trasfigurazione. La gestualità del campione che taglia per primo il traguardo si ripeteva costantemente ed incessantemente all’arrivo di ciascuno riproponendo, all’infinito, la liturgia catartica del vincitore, dell’eroe che ha sfidato la fatica, la sofferenza ed è riuscito a vincerla. Dell’uomo che ha inciso a fondo dentro se stesso arrivando là dove solo alcune volte si riesce ed ha trovato la propri identità vera che l’ha preso per mano, non l’ha fatto fermare, ma lo ha accompagnato fino all’arrivo.

Questi i miei pensieri , probabilmenti offuscati dalla endorfine prodotte nello sforzo, mentre continuavo a vedere braccia alzate al cielo, abbracci, urla e segni di vittoria anche da parte di coloro che chiudevano la gara in 4 ore, in 4 ore e mezzo, in cinque ore e anche oltre. Erano tutti vincitori!

Portfolio

Marco, Angelo e Bianca

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